Qual è la tua storia? Parlaci della tua formazione e della tua professione.
Fin da bambino ho praticato molti sport, spinto dalla curiosità e dal bisogno di muovermi, ma con il tempo una disciplina ha preso il sopravvento su tutte: la pallacanestro. Il campo da gioco è sempre stato il mio spazio naturale, il luogo in cui mi sentivo lucido, presente, a mio agio. Quando sono finite le scuole mi sono chiesto seriamente quale fosse il posto in cui stavo meglio in assoluto, quello in cui mi sentivo davvero me stesso. La risposta è stata immediata e sincera: un campo da gioco. Da lì è nata la scelta di iscrivermi a Scienze Motorie, non come ripiego, ma come prosecuzione naturale di quello che già sentivo mio.
Durante il mio percorso sportivo, però, sono arrivati infortuni importanti, spesso senza una causa chiara o un trauma evidente. Questo ha cambiato il mio modo di vedere il corpo e l’allenamento. Ho iniziato a farmi domande: perché il corpo cede? Perché alcune persone si infortunano più di altre a parità di carico? È stato lì che è nata la mia passione per la biomeccanica, per lo studio della postura e dei meccanismi di adattamento del corpo. Ho approfondito questi temi attraverso il Master Nazionale come Preparatore Fisico, diversi corsi professionalizzanti, e un percorso di formazione che ha incluso anche bioenergetica e tecniche olistiche, per avere una visione più ampia e integrata della persona.
Negli anni ho avuto l’opportunità di lavorare come direttore di un laboratorio posturale, confrontandomi con realtà molto diverse tra loro: persone con disabilità, persone comuni con dolori ricorrenti e atleti di vari livelli. Esperienze diverse, ma unite da un filo comune che col tempo è diventato sempre più evidente: postura, performance e infortuni sono profondamente collegati. Da qui nasce il mio modo di lavorare oggi: osservare la persona nella sua globalità, capire come si muove, come si adatta e come reagisce, per costruire percorsi realmente utili, personalizzati e sostenibili nel tempo.
Come ti sei avvicinato alla posturologia? Quali studi, osservazioni o esigenze cliniche ti hanno spinto a integrare l’analisi posturale nel tuo metodo?
La mia passione per la posturologia nasce in modo molto concreto, quasi tecnico. All’inizio l’approccio è stato principalmente biomeccanico, legato alle esigenze sportive e alla ricerca di soluzioni pratiche per migliorare la performance e ridurre gli infortuni. Studiando il movimento, però, mi sono reso conto che limitarsi a muscoli e articolazioni non bastava. Cercando i perché più profondi, mi sono avvicinato alla componente neurologica del controllo del movimento, ai sistemi di equilibrio e al lavoro delle catene fasciali, scoprendo quanto il corpo funzioni come un insieme e non come una somma di parti isolate.
Col tempo, però, è emersa una consapevolezza ancora più ampia: la postura non è solo biomeccanica. La postura racconta una storia, fatta di adattamenti, esperienze, compensi, ma anche di vissuti emotivi ed energetici. È il risultato di ciò che abbiamo fatto, di ciò che abbiamo subito e di come il nostro sistema si è organizzato per andare avanti. Da qui nasce il mio interesse per un approccio energetico ed emozionale, quindi realmente olistico, che tenga conto della persona nella sua totalità. Oggi vedo la postura come una risultante complessa di più piani – fisico, neurologico, emotivo ed energetico – e credo che prendersene cura in modo consapevole sia una delle chiavi più importanti per il benessere duraturo e per una vera prevenzione, non solo del dolore ma anche degli infortuni e delle disfunzioni future.
Studiando e lavorando con il corpo mi rendevo conto che, spesso, il problema non era dove compariva il dolore, ma come il sistema si organizzava nel suo insieme. Le esigenze cliniche mi hanno spinto a cercare strumenti sempre più precisi per leggere questi adattamenti e capire cosa guidasse davvero il movimento e la postura nel tempo. Sentivo il bisogno di un metodo che mi permettesse di andare oltre la percezione soggettiva, di misurare e verificare ciò che osservavo.
È in questo contesto che ho scelto di approfondire e integrare il metodo Sprintit, perché mi ha dato la possibilità di oggettivare la valutazione posturale, rendendo misurabili aspetti che spesso restano astratti. La correzione recettoriale, cuore del metodo, permette di intervenire sui sistemi che regolano il controllo posturale e il movimento, favorendo un vero riapprendimento neuromotorio. Questo approccio consente di ottenere correzioni reali in tempi ristretti, non forzando il corpo, ma aiutandolo a ritrovare strategie più efficienti. Oggi l’analisi posturale è parte integrante del mio metodo di lavoro, perché mi permette di costruire interventi mirati, verificabili e realmente personalizzati, rispettando la complessità della persona e dei suoi adattamenti.
Chi si rivolge a te? Quali sono le problematiche, i dubbi o le esigenze più frequenti delle persone che arrivano nel tuo studio?
Nel mio studio si rivolgono persone molto diverse tra loro, accomunate dal bisogno di capire meglio cosa sta succedendo al proprio corpo. Lavoro con:
- Adulti e anziani che convivono con dolori persistenti o ricorrenti, rigidità, senso di appesantimento o fastidi che cambiano nel tempo senza una causa chiara.
- Persone in fase post-operatoria o di recupero, che hanno bisogno di ritrovare sicurezza, controllo e fiducia nel movimento.
- Atleti, professionisti e amatori, che vogliono migliorare la performance, prevenire infortuni o comprendere l’origine di problematiche che tendono a ripresentarsi.
- Bambini e ragazzi, soprattutto in fase di crescita, con atteggiamenti posturali alterati, asimmetrie o difficoltà motorie, con un approccio preventivo e non invasivo.
- Persone con disabilità, per il recupero delle capacità residue e l’implementazione delle capacità motorie, nel rispetto delle possibilità individuali e degli obiettivi di autonomia e qualità della vita.
I dubbi più frequenti riguardano il perché del dolore o del disagio, la paura che sia qualcosa di inevitabile o legato all’età, e la difficoltà a orientarsi tra approcci diversi. L’esigenza comune è sentirsi ascoltati e avere una lettura chiara e comprensibile del proprio corpo, per costruire un percorso personalizzato, concreto e sostenibile nel tempo.
Che cosa ti appassiona oggi del tuo lavoro? Quali aspettative ti motivano di più nella pratica quotidiana?
Quello che oggi mi appassiona di più del mio lavoro è la curiosità. Ogni persona che entra in studio è diversa, porta con sé una storia unica fatta di esperienze, adattamenti, dolori, obiettivi e aspettative. Non esistono due posture uguali, né due percorsi identici, ed è proprio questo che continua a motivarmi ogni giorno. La pratica quotidiana per me è un viaggio fatto di osservazione, ricerca e condivisione, in cui ascoltare il corpo della persona è importante quanto ascoltare la persona stessa. Mi stimola il processo, non solo il risultato: capire, testare, verificare, adattare. Vedere come piccoli cambiamenti possano modificare il modo di muoversi, di percepirsi e di stare nel proprio corpo rende questo lavoro sempre vivo, mai ripetitivo, e profondamente umano.
Come accompagni un paziente nel suo percorso? Descrivi il tuo modo di lavorare, dalla prima valutzione alla fase di riequilibrio posturale?
Ogni percorso inizia dall’ascolto. Prima ancora di valutare il corpo, per me è fondamentale capire la persona: le sue esigenze, i suoi bisogni, la sua storia e gli obiettivi che vuole raggiungere. La prima valutazione è sempre a 360 gradi e integra ascolto e osservazione con una valutazione posturale strutturata secondo il metodo Sprintit, che mi permette di oggettivare ciò che vedo e di leggere come il sistema posturale si organizza. Attraverso l’analisi e la correzione recettoriale è possibile individuare le priorità di intervento e capire quali stimoli aiutano davvero il corpo a ritrovare equilibrio.
Da questa fase nasce un percorso condiviso, costruito insieme alla persona, tenendo conto sia di ciò che emerge dalla valutazione sia delle richieste concrete di chi ho davanti. Il lavoro di riequilibrio posturale non segue schemi rigidi o protocolli standard, ma è un percorso cucito sulla persona, che evolve nel tempo in base alle risposte del corpo e al processo di riapprendimento. L’obiettivo è creare interventi concreti, misurabili e sostenibili, accompagnando la persona passo dopo passo verso maggiore equilibrio, consapevolezza corporea e benessere duraturo.
Quali vantaggi offre l’approccio posturologico sia per chi lo applica sia per chi lo riceve?
L’approccio posturologico porta benefici concreti e tangibili, ma anche profondi. Per chi lo riceve significa prima di tutto conoscere meglio se stesso: capire come funziona il proprio corpo, riconoscere compensi o squilibri e intervenire in modo mirato. Io lo chiamo, in modo semplice, “volersi bene”: prendersi cura del proprio corpo oggi per prevenire problemi domani.
I benefici si vedono anche sul piano pratico: attraverso interventi attivi e mirati, il corpo viene stimolato a ritrovare equilibrio, a correggere posture scorrette e a prevenire dolori o infortuni. Questo vale per tutti, dai bambini agli atleti, fino agli adulti con disagi cronici o persone in fase di recupero.
Infine, un aspetto fondamentale è la condivisione: il percorso posturologico non è solo un insieme di esercizi o correzioni, ma un vero dialogo tra chi guida e chi riceve, dove osservazione, confronto e feedback permettono di ottenere risultati concreti e sostenibili nel tempo.
Hai un caso significativo che ti piacerebbe condividere per illustrare il tuo lavoro?
Una delle esperienze che meglio rappresenta il valore del mio lavoro riguarda una signora di 70 anni, appassionata di passeggiate. È arrivata in studio con un forte dolore al tallone destro, comparso senza alcuna causa apparente. Durante la valutazione, grazie all’ascolto della sua storia e all’analisi posturale con il metodo Sprintit, siamo riusciti a individuare diverse componenti del problema: un piccolo intervento oculistico, trattamenti odontoiatrici, una biomeccanica precaria di lunga data e alcuni adattamenti momentanei avevano creato una combinazione che generava dolore.
Abbiamo lavorato piano piano, pezzo per pezzo, come un puzzle: correzione recettoriale con esercizi mirati, uso di plantari personalizzati e lavoro miofasciale. Nel tempo il dolore è progressivamente scomparso, e vedere la sua gioia nel poter tornare a fare ciò che amava di più – camminare liberamente – è stato uno dei momenti più gratificanti della mia carriera.
Come immagini la tua evoluzione professionale nei prossimi anni?
Immagino la mia evoluzione professionale qui, nel mio studio, continuando ad approfondire ogni aspetto di quell’incredibile sistema che è il corpo umano. Il mio obiettivo è crescere costantemente, arricchire le conoscenze e le esperienze, per poter offrire sempre strumenti più efficaci e mirati. Ciò che mi motiva di più è essere di supporto alle persone, aiutandole a ritrovare equilibrio, libertà di movimento e la possibilità di vivere il proprio corpo con pienezza, senza limitazioni, con consapevolezza e benessere duraturo.
Qual è l’elemento che non può mancare nella tua giornata lavorativa?
L’elemento che non può mai mancare nella mia giornata lavorativa è la condivisione. Condividere osservazioni, esperienze, dubbi e piccoli progressi con le persone che seguo è ciò che mi dà energia, motivazione e focus. È nel dialogo e nella partecipazione attiva che nascono i risultati concreti e la soddisfazione di vedere il corpo e la persona evolvere insieme.
Servizi di Posturologia disponibili:
Pedana Stabilometrica
Lo studio Kinema Lab di Lorenzo Del Meglio si trova in Via san Iacopino 3 a Firenze.
È un Centro certificato Postural Equipe by SPRINTIT, il primo network Italiano di centri per la Valutazione Posturale.
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Se hai bisogno di una valutazione posturale a Firenze puoi contattare l’ambulatorio chiamando il seguente numero: +39.3203016005 o in alternativa compilare il form qui a fianco!
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